Effetto narcosi

Il rinnovato aumento delle potenzialità operative del sommozzatore che usa miscele binarie e ternarie potrebbe relegare l’aria in una nicchia di utilizzo sempre più ristretta a causa di questa “concorrenza” delle sue sorelle, più ricche di ossigeno o additivate con elio. Se da un lato questo è un aspetto del processo evolutivo, giusto e auspicabile in ogni attività umana, dall’altro potrebbe rappresentare un impoverimento di quella cultura subacquea per la quale un adeguato training ha come passaggi obbligati la gestione della narcosi e le relazioni, spessissimo a carattere speculare, che quest’ultima ha con lo stress, in una mescolanza di sintomi tale che non si sa più dove cominci l’uno e finisca l’altra.

Il problema, che con il nitrox praticamente non si pone, a causa delle finalità non profondistiche della miscela stessa, con i trimix diventa evidente, specialmente a quelle quote “poco profonde” nelle quali l’aria, sia come tossicità al sistema nervoso centrale che come effetti narcotici, potrebbe essere ancora usata.

Un buon corso di profondismo
Un buon corso di profondismo, più che porre l’accento sul superamento di determinate quote, cerca di spingere l’allievo a quella introspezione, a quel continuo monitoraggio interiore che deve stare alla base di ogni immersione, ancora più se impegnativa, e che, probabilmente, non dovrebbe essere abbandonato nemmeno in superficie. Per questo motivo, le didattiche più evolute, nei loro corsi di aria profonda, allenano il subacqueo a una progressiva conoscenza di un fenomeno assolutamente naturale, come la narcosi, tramite il minuzioso esame dei suoi sintomi secondari, cioè di quelle sensazioni leggere, sfumate, difficilmente identificabili, che rappresentano le prime avvisaglie dell’istaurarsi di una condizione che, se spinta all’estremo, costituisce probabilmente l’aspetto più pericoloso dell’immersione profonda ad aria. In effetti, la narcosi spaventa se la si conosce poco o non la si conosce affatto; la sua gestione appare qualcosa di così poco tecnico e programmabile che tante volte, all’inizio dell’immersione (profonda, naturalmente), ci si chiede, con una domanda che è un misto di curiosità e apprensione: come sarà questa volta? Se gli altri aspetti dell’immersione ad aria oltre certe quote, come l’assorbimento dell’azoto e le problematiche decompressive che ne derivano, le logistiche legate alla tipologia dell’immersione e degli equipaggiamenti usati, rappresentano situazioni risolvibili mediante l’applicazione di determinate regole, la narcosi e la sua conseguente incidenza sull’immersione che stiamo facendo, ci sembra qualcosa di meno programmabile, meno prevedibile e quindi, di conseguenza, molto più pericoloso.

Sarebbe opportuno
Sarebbe opportuno capire, per esempio, nei moderni sistemi di immersione a medie profondità (attorno ai 50-60 metri), che prevedono l’uso dell’elio già da queste quote o addirittura da quote inferiori, se ciò viene fatto nell’ottica di sfruttamento di uno strumento utilissimo per dare estrema lucidità all’operatore con ovvi effetti sulla sicurezza dell’immersione e sulla precisione del compito da svolgere, oppure viene fatto per allontanare uno spauracchio fastidioso e tutto sommato apparentemente inutile come la narcosi. Non dimentichiamoci che tanti anni fa, con l’arrivo delle didattiche ricreative americane e la conseguente aumentata accessibilità all’immersione sportiva, fu messo completamente da parte tutto il training riguardante l’apnea (definito da alcuni inutile e fastidioso), con il pessimo risultato di creare generazioni di subacquei carenti di quel particolare aspetto dell’acquaticità che solo l’apnea può dare. Il recente ritorno all’apnea, sotto forma di corsi e utilizzo delle tecniche, a parte le naturali esigenze di marketing, mi sembra un riprendere qualcosa di assolutamente indispensabile nella formazione dei subacquei che vogliono affinare la loro conoscenza dei vari aspetti dell’immersione. A questo punto, proviamo a mettere da parte quelli che sono gli aspetti fastidiosi della narcosi: la diminuizione di lucidità, il rallentamento delle capacità di azione e reazione (o le nostre paure, che possono assumere toni drammatici) e proviamo a considerarla soltanto un mezzo di lettura interiore, una sorta di “lente di ingrandimento” rivolta verso noi stessi. Se ci pensate bene, così facendo, ci mettiamo in condizioni di analizzare le nostre sensazioni, il nostro stress in immersione, con uno strumento più potente di qualsiasi altro a nostra disposizione e assolutamente personale.

Ci accorgeremmo, per esempio, che tutta quella sintomatologia di tipo contrapposto legata alla narcosi (senso di euforia/depressione, stati ansiosi/tranquillità) nasce da ciò che siamo dentro in quel momento; un’immersione condotta di mala voglia contiene una dose di stress latente che, probabilmente, ci darà un certo tipo di narcosi poco piacevole, mentre la stessa immersione condotta in condizioni ottimali e con tanta voglia ci metterà in condizioni estremamente positive sul fondo.


La cosa strana
La cosa strana è che questo succede anche nelle immersioni in trimix con carico narcotico vicino allo zero (dai trenta ai quaranta metri equivalenti), sottolineando il fatto che il fattore attivo nel rapporto narcosi-stress è quasi sempre lo stress, mentre la narcosi ha un ruolo più di “amplificatore di segnale”. È ovvio che tutto questo può essere meglio percepito quando l’aumento dei sintomi narcotici è progressivo e non prorompente. Per questo motivo, come dicevo prima, lo studio, la conoscenza e la capacità di riconoscimento dei sintomi secondari, è basilare per non ritrovarsi improvvisamente a dover gestire una narcosi di livello elevatissimo, unicamente perché non avevamo avuto la sensibilità di riconoscerne le prime avvisaglie. I patiti dell’immersione ad aria non cambierebbero questo gas con nessun’altro al mondo, proprio perché la narcosi che percepiscono è parte integrante dell’immersione e non qualcosa che debba essere assolutamente evitato. Sicuramente si può usare l’elio a qualsiasi profondità: a quelle quote dove l’immersione ad aria diventerebbe impossibile o anche a quote inferiori dove, però, snellire il carico narcotico ci agevola nel lavoro che dobbiamo eseguire.

L’importante
L’importante è non considerare l’immersione in trimix un’immersione ad aria senza narcosi, perché saremmo completamente fuori strada: primo perché l’immersione in ternaria è un’immersione multigas e come tale deve essere trattata, distinguendone le varie fasi (discesa, fondo, risalita, decompressione), caratterizzate dall’uso di gas diversi e da consumi diversi; se ad aria corriamo il rischio di rimanere senza gas respirabile una volta sola, nelle immersioni in trimix questo rischio lo corriamo per ogni gas che ci portiamo dietro. Secondo perché immergersi utilizzando l’elio non ci rende “magicamente” abili nel gestire uno stress (anche se non amplificato da alte Pp di azoto) che se non siamo in grado di controllare ad aria, difficilmente lo saremo in trimix. Vorrei concludere dicendo che, sebbene non credo assolutamente che la subacquea sia una attività aperta a pochi eletti, ma che anzi è auspicabile che un numero di persone sempre maggiore impari a “mettere il naso sott’acqua”, lo stesso non può essere detto per l’immersione profonda (e già oltre i quaranta metri incomincia a esserlo), quando cioè l’attività si tramuta in disciplina e l’attitudine e il giusto approccio sono compagni essenziali per condurre a buon fine immersioni dove, pur disponendo di attrezzature eccezionali o utilizzando miscele fantastiche, la gestione umana rimane sempre l’elemento essenziale di conduzione dell’immersione stessa.


Articolo pubblicato su Il Subacqueo / agosto 2001

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