Osteonecrosi asettica.

Con il termine “osteonecrosi asettica” si intende una lesione dell’osso o di una articolazione che non ha origini conosciute e che non presenta, al proprio interno, segni di infezione. Nell’ambito della medicina subacquea questa patologia può interessare lavoratori dei cassoni o subacquei professionisti, e presenta alcune specifiche caratteristiche.

Chi interessa
L’osteonecrosi asettica può essere considerata una malattia professionale. Interessa, infatti, professionisti della subacquea ed, in particolare, lavoratori dei cassoni e personale sottoposto ad immersioni profonde e ripetute nel tempo, sia in intervento che in saturazione. Non sono riportati casi riferiti a subacquei sportivi, né ad accompagnatori subacquei. In una statistica molto ampia rientrano i casi di due soggetti che avevano nella loro storia diverse immersioni sportive, ma, poiché il numero è limitato, sembra che possano essere inclusi nell’ambito della popolazione generale e non in quella specifica dello sportivo.
Una curiosità: tra i subacquei professionisti la lesione interessa più frequentemente quelli che non hanno mai subito incidenti decompressivi; valuteremo qui di seguito una possibile spiegazione. 

 

Il tipo di lesione
Si conoscono due tipi di lesione a seconda della sede interessata: articolare e ossea.
La lesione è articolare quando interessa l’osso in prossimità di una articolazione, tanto da coinvolgere nella patologia anche la capsula articolare. Le articolazioni scapolo-omerale e quella coxo-femorale sono le più frequentemente interessate.
Si parla di lesione ossea quando è interessato il corpo dell’osso, in particolare l’estremità prossimale dell’omero e quella distale del femore.
Da un punto di vista radiografico si possono avere delle zone di maggiore così come di minore densità ossea. A volte si parla di sequestri ossei per indicare delle lesioni perfettamente circoscritte all’interno della struttura interessata.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Ipotesi sull’origine del danno
L’opinione più diffusa è che il danno nasca da un difetto della circolazione all’interno dell’osso. Questo difetto toglierebbe ossigeno alla struttura che, nella normalità, è in continua attività per modellare le trabecole, cioè le piccole lamelle ossee che la compongono. La mancanza di alimentazione fa sì che la zona vada in necrosi, cioè perda vitalità. In conseguenza di ciò il tessuto intorno la circoscrive, per limitare il danno. Si crea, cioè, una specie di cisti all’interno dell’osso, (il sequestro osseo di cui abbiamo parlato prima), dove la struttura non è più omogenea e quindi non offre più la stessa resistenza allo sforzo.
Il perché nasca questo difetto vascolare è dubbio. La logica porta a pensare che una o alcune microbolle possano aver ostruito qualche vaso locale e, nel tempo, prodotto una lesione che abbia portato alla necrosi la regione ossea interessata. Il fatto che non abbia dato sintomi è compatibile con la struttura dell’osso a quel livello, priva di terminazioni nervose.
Ancora a suffragio di questa ipotesi sarebbe il fatto che la patologia non interessa subacquei che abbiano avuto problemi decompressivi, come a dimostrare che il trattamento con l’ossigenoterapia iperbarica avrebbe potuto, inconsapevolmente, ripulire una eventuale zona di lesione.
Ci sono almeno due osservazioni che giustificano i dubbi sulle cause del danno.
La prima è che all’interno di alcune zone necrotiche i ricercatori hanno trovato la presenza di osteociti, cioè di quelle cellule che hanno normalmente il compito di rimodellare la struttura ossea: queste cellule possono essersi formate solo in presenza di vascolarizzazione. La seconda è che alcuni hanno supposto l’origine grassa e non gassosa degli emboli che potrebbero aver generato l’iniziale danno vascolare.
                                                                                                                                                                                                                                                             Caratteristiche cliniche della lesione
Da un punto di vista clinico la patologia si manifesta senza una causa apparente. Addirittura la sua scoperta può essere fatta nel corso di una indagine radiografica di controllo o casuale, senza che il soggetto interessato abbia manifestato segni o sintomi di patologia. Altre volte, soprattutto quando interessa le articolazioni, si manifesta con i sintomi tipici dell’artrosi, mentre altre ancora il cedimento spontaneo dell’osso o una frattura senza giustificato motivo sono il primo segno del problema. Tipico è il fatto che i sintomi o la scoperta casuale avvengano a distanza di molti anni dalla fine dell’attività subacquea. Questo perché il particolare tipo di danno richiede molto tempo per organizzarsi e indebolire la struttura ossea.
                                                                                                                                                                                                                                                                       Terapia e prevenzione
La terapia ha a che fare con il danno osseo e non con l’origine dello stesso, per cui sarà competenza degli specialisti del settore. Per i subacquei professionali è prevista, quasi in ogni legislazione, l’esecuzione di radiografie delle ossa lunghe all’inizio dell’attività e, se non periodicamente, almeno al termine della stessa. Questo sembra però essere un fatto di interesse medico-legale più che preventivo: può servire, infatti, solo a dimostrare che la specifica professione ha provocato quel danno. La vera prevenzione rimane il rispetto delle fasi decompressive e l’applicazione di tutte le norme di sicurezza.

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