L'importanza delle soste di decompressione profonde.

di Richard L. Pyle

 

Prima di cominciare desidero chiarire un punto: io sono solo un "pesciolino", un dilettante (per la precisione sono uno studioso di ittiologia). Al fine della lettura di questo articolo ciò significa due cose. Primo: significa che ho passato tantissimo tempo della mia vita sott'acqua. Secondo: pur essendo un biologo ed avendo una discreta preparazione in campo di fisiologia animale, non sono un esperto di fisiologia della decompressione . Tieni bene a mente queste due cose quando leggi quello che ho da dire.

Molto prima che il concetto di "technical diving" prendesse piede, avevo già fatto molte immersioni alla profondità di 60-70 metri (180-220 feet). Dato il gran numero di immersioni di questo tipo, cominciai a prendere nota dei profili seguiti. Abbastanza spesso dopo queste immersioni, avvertivo un certo livello di affaticamento o di malessere. Era chiaro che tali sintomi post-immersione avevano più a che fare con l'assorbimento di gas inerte che non con lo sforzo fisico fisico o con l'esposizione al freddo, dato che i sintomi conseguenti ad una immersione di meno di un'ora a 70 metri erano più consistenti di quelli manifestati dopo la permanenza di 4-6 ore a quote meno profonde.

La cosa interessante fu che questi sintomi non erano particolarmente consistenti. Talvolta non percepivo assolutamente alcun sintomo. Altre volte avevo talmente tanto sonno dopo l'immersione da non riuscire quasi a guidare sulla strada di casa. Provai a correlare la gravità dei sintomi con una grande quantità di variabili come la "magnitudine" dell'esposizione, la durata della sosta a 3 metri (10 feet), la forza della corrente, la limpidezza e la temperatura dell'acqua, quanto avevo dormito la notte precedente, il livello di disidratazione... ma nessuno di questi parametri sembrò avere una relazione con l'insorgenza dei sintomi. Finalmente scoprii di cosa si trattava: pesci! Esatto: dopo le immersioni in cui raccoglievo pesci per l'acquario, difficilmente mi sentivo affaticato. Nelle altre immersioni, invece, i sintomi tendevano ad essere abbastanza importanti. Fui veramente impressionato dalla forte correlazione tra le due variabili.

Ma apparentemente ciò non aveva alcun senso. Cosa potevano avere a che fare tali sintomi con i pesci? Infatti, mi sarei aspettato sintomi più rilevanti dopo le immersioni in cui raccoglievo i pesci dato che il livello di sforzo sul fondo durante tali immersioni era consistente (acchiappare i pesci non è sempre facile). Ma c'era un particolare. Come molti di voi sanno, la maggior parte dei pesci è dotata di un organo detto "vescica natatoria", pieno di gas, di cui si servono per regolare il loro assetto idrostatico. Se un pesce viene portato improvvisamente in superficie dalla profondità di 70 metri , la sua vescica natatoria tenderà ad espandersi fino ad otto volte il suo volume originario danneggiando gli altri organi. Dato che lo scopo delle mie immersioni era la collezione di esemplari vivi, ero costretto a fermarmi durante la risalita ad una certa quota per inserire temporaneamente un ago ipodermico nella vescica dei pesci allo scopo di consentire la fuoriuscita del gas in eccesso. Tipicamente, la quota a cui mi fermavo per questa operazione era di gran lunga più profonda della mia prima tappa richiesta per la decompressione. Ad esempio, mediamente, per immersioni di 70 metri (200 feet) la mia prima sosta di decompressione era richiesta intorno ai 17 metri (50 feet), ma la profondità a cui mi dovevo fermare per i pesci era a circa 40 metri (125 feet).
Perciò, quando andavo a raccogliere pesci, i miei profili di risalita comprendevano di fatto una sosta di decompressione in più ("extra-stop") di 2-3 minuti ad una quota molto più profonda della mia prima sosta "richiesta" per la decompressione. Sfortunatamente neanche questo sembrava avere alcun senso. Chi ragiona soltanto in termini di tensione di gas disciolto nel sangue e nei tessuti (come fanno quasi tutti gli algoritmi di decompressione in uso attualmente), si aspetta che tale sosta profonda faccia soltanto aumentare i problemi di decompressione, in ragione del maggior tempo trascorso ad una elevata profondità.

Con lo spirito di uno sperimentatore, credendo più nell'esperienza nel mondo reale che non nel dato calcolato su un modello astratto, decisi di cominciare ad includere una sosta profonda in tutte le mie immersioni, anche quando non raccoglievo pesci. Indovinate? I miei sintomi e l'affaticamento praticamente scomparvero del tutto! Fu davvero sorprendente! Voglio dire che cominciai a fare dei lavori nei pomeriggi  e nelle sere dei giorni nella cui mattina avevo fatto una immersione profonda.Cominciai a dire in giro della mia incredibile scoperta, ma ebbi soltanto risposte scettiche, ed i severi commenti di alcuni "esperti" che sottolineavano come la mia intuizione dovesse essere errata. "Naturalmente," mi dicevano, "devi abbandonare le quote profonde più rapidamente possibile per ridurre al minimo un ulteriore assorbimento di gas." Non essendo una persona che accetta facilmente il confronto, continuai con la mia abitudine di includere nei profili di riemersione queste "soste di decompressione profonda". Col passare degli anni mi feci sempre più convinto della validità di tali soste per ridurre la probabilità di malessere da decompressione (DCS - decompression sickness). In tutti i casi in cui ebbi qualche tipo di sintomo post immersione, dalla fatica all'apatia fino ad un caso di tetraplegia, riscontrai trattarsi di immersioni in cui avevo omesso la sosta di decompressione profonda.

Da scienziato professionista quale sono, sentii il bisogno di capire i meccanismi che causavano il feomeno osservato. E fui sempre disorientato dall'apparente paradosso dei miei profili d'immersione. Fino a quando non ho avuto l'occasione di assistere ad una relazione del Dr. David Yount all'incontro del 1989 dell'American Academy of Underwater Sciences (AAUS). Per chi non lo conoscesse, il Dr. Yount è un professore di fisica all'Università delle Hawaii, ed è uno dei creatori del modello di calcolo per la decompressione detto "VPM" (Varying-Permeability Model). Questo modello considera la presenza di "micronuclei" (bolle gassose) nel sangue e nei tessuti e studia i fattori che fanno espandere o comprimere queste bolle durante la decompressione. Su tali basi il VPM fissa le sue prime soste di decompressione (le più profonde) a quote ben più profonde di quanto richiedono i modelli di calcolo di tipo "neo-Haldaniano" (per intenderci quelli basati su "compartmenti"). Finalmente tutto cominciò ad avere un senso. (Per sapere qualcosa sul VPM, leggi il capitolo 6 del Best Publishing's Hyperbaric Medicine and Physiology; Yount, 1988.)

Anche se, come ho già detto, non sono un esperto di fisiologia iperbarica, permettimi di spiegare il fenomeno in termini che un buon subacqueo dovrebbe capire. Per prima cosa, la maggior parte dei lettori dovrebbe già sapere che che una certa quantità di bolle nel sangue è rilevabile dopo la maggior parte delle immersioni, comprese quelle "in curva", cioè quelle che non richiedono soste di decompressione. Si tratta di bolle cosiddette "silenti" dato che sono presenti senza causare sintomi di alcun genere e possono essere rilevate soltanto attraverso esami medici (eco-doppler). Ora, la maggior parte delle immersioni profonde con decompressione effettuate da "technical divers" (da contrapporsi ai subacquei commerciali o militari) sono immersioni molto sotto-saturate. In altre parole, hanno dei tempi di fondo relativamente brevi (in questo contesto considero "breve" un tempo di fondo di 2 ore a 100 metri (300 feet). In funzione della profondità e della durata dell'immersione e della miscela usata, c'è solitamente una distanza relativamente grande tra il fondo e la prima sosta di decompressione calcolata da un modello "a compartimenti". Più è breve il tempo di fondo e più questa distanza aumenta. E' opinione diffusa che bisogni passare meno tempo possibile alle quote profonde per minimizzare l'assorbimento supplementare di gas. Molta gente crede inoltre che si debba usare una maggiore velocità di risalita nella porzione più profonda della risalita stessa. Il punto è che i subacquei sono soliti effettuare risalite con sbalzi di pressione ambientale relativamente drastici in tempi molto brevi.

Credo che il problema stia proprio qui. Forse dipende dal tempo impiegato dal sangue a percorrere l'intero sistema circolatorio di un subacqueo medio. Forse dipende dalle piccolissime bolle che si formano al passare del sangue attraverso le valvole del cuore, crescendo di misura per via della diffusione del gas nel sangue circostante. Qualunque sia la ragione fisiologica, io credo che le bolle si formino e/o siano indotte a crescere di misura durante laprima risalita dalla profondità. Hoimparato molto sulla fisica delle bolle nell'ultimo anno, più di quanto voglio esporre qui - lascio l'argomento a chi è davvero esperto in materia. Per ora basta dire che il fatto che una bolla si espanda o si contragga dipende da un complesso sistema di fattori, compresa la dimensione stessa della bolla in ogni momento. Le bolle più piccole hanno maggiore attitudine ad essere smaltite durante la decompressione, mentre quelle più grandi tendono a crescere e possibilmente ad evolvere in "malessere da decompressione" (DCS - Decompression Sickness). Per questo, per ridurre al massimo le probabilità di DCS, è molto importante contenere la misura delle bolle. Una risalita rapida dalla quota profonda alla prima tappa richiesta per la decompressione non è il modo migliore per mantenere piccola la misura delle bolle! Al contrario, rallentare tale risalita (magari includendo una o più soste di decompressione "profonde") può servire a mantenere le bolle abbastanza piccole da consentire il loro smaltimento durante le successive soste di decompressione.

Se c'è del vero in tutto ciò, penso che la grande variabilità nell'incidenza di DCS sia molto più legata al profilo di risalita dal fondo alla prima tappa di decompressione, di quanto lo sia al resto del profilo di decompressione. Il malessere da decompressione è un fenomeno straordinariamente complesso, più di quanto i migliori studiosi di fisiologia iperbarica siano stati capaci di spiegare. E sarebbe un'illusione pensare di poterlo comprendere del tutto, anche per via dell'estrema complessità del nostro organismo; complessità che rende impossibile elaborare dei calcoli esatti in grado di evitare certamente il malessere da decompressione. Ma penso che noi (mi riferisco ai subacquei che effettuano decompressioni per imersioni sotto-saturate) possiamo ridurre sensibilmente le probabilità di incidente se cambiamo il modo di effettuare la nostra risalita iniziale dal fondo.

Alcuni di voi staranno pensando "Ma se ha detto di non essere un esperto in medicina iperbarica, perchè dovrei credergli?" Ed è proprio quello che voglio che pensiate, dato che non dovreste credermi per fede, non me soltanto, almeno. Perchè non cercate allora sul numero di Settembre '95 di DeepTech (Numero 3) l'articolo di Bruce Weinke? So che tratta argomenti molto specialistici, ma dovreste leggerlo e rileggerlo fino a comprenderlo del tutto. Perchè non chiamate aquaCorps ed ordinate il nastro numero 9 ("Bubble Decompression Strategies") dalla conferenza tek.95 ed ascoltate Eric Maiken spiegare un po' di cose sulla fisica dei gas che probabilmente non sapevate. Già che ci siete, perchè non ordinate il nastro della sessione "Understanding Trimix Tables" alla recente conferenza tek.96? Potrete ascoltare Andre Galerne (arguably il "padre del trimix") raccontare come l'incidenza di casi di DCS si sia drasticamente ridotta quando hanno aggiunto una sosta "extra" di decompressione profonda oltre a quelle che sarebbero state richieste dalle tabelle. Sullo stesso nastro potete ascoltare Jean-Pierre Imbert della COMEX (la società commerciale francese che ha realizzato alcune delle operazioni subacquee più profonde del mondo) parlare su nuovi profili di decompressione che includono soste iniziali molto più profonde di quelle prescritte dalla maggior parte delle tabelle. Perchè non chiedete a George Irvine cosa voleva dire quando suggeriva di aggiungere nel piano di risalita "tre o quattro brevi soste profonde prima della prima sosta prescritta dall'algoritmo di decompressione" nel numero di Gennaio '96 di DeepTech (Numero 4)?
Se non basta, leggete l'editoriale del Dr. Peter Bennett nel numero di Gennaio/Febbraio 1996 dell'Alert Diver magazine; viena trattato sostanzialmente questo stesso argomento nel contesto delle immersioni ricreative. Se volete infine leggere un argomento veramente chiarificatore, vedete se potete reperire il rapporto sulle abitudini dei pescatori subacquei nello Stretto di Torres scritto da LeMessurier and Hills (riportato nella bibliografia di questo articolo). La lista potrebbe continuare ancora. Il fatto è che non mi sembra di essere il solo a richiamare l'utilità delle soste di decompressione profonde.

Siete ancora scettici? Rispondete a questo: Credete che la cosittetta "sosta di sicurezza" alla fine delle cosiddete "immersioni senza decompressione" [o meglio "in curva di sicurezza", NDT] sia utile a ridurre drasticamente l'incidenza percentuale degli incidenti da decompressione? Se pensate di no, date un'occhiata alle statistiche redatte dal Diver's Alert Network e vi ricrederete. Ma la sosta "di sicurezza" è esattamente una "sosta profonda" dell'immersione "in curva". Se vi fa sentire meglio, allora potete guardare la sosta profonda come una "sosta profonda di sicurezza" da farsi prima di risalire alla prima sosta di decompressione "richiesta". Pensate così: La vostra prima sosta di decompressione "richiesta" è funzionalmente equivalente all'emersione effettuata "al limite di curva". Non credete che per le immersioni "al limite di curva" la "sosta di sicurezza" sia ancora più importante?

Alcuni di voi staranno pensando: "Io faccio già soste di sicurezza nelle mie immersioni con decompressione: mi fermo sempre 3-6 metri al di sotto della mia prima sosta richiesta." Anche se questo è un passo nella direzione giusta, non è quello di cui sto parlando. Vi chiederete che differenza c'è tra una sosta a 5 metri di profondità in una immersione in curva ed una sosta 5 metri al di sotto della prima prescritta per la decompressione.
La differenza è che, dato che le soste di sicurezza hanno lo scopo di prevenire o limitare la crescita delle bolle, e tale crescita è in parte funzione della variazione di pressione ambientale, quindi non una funzione lineare della distanza. Supponiamo che, dopo una immersione a 25 metri (75 feet), facciate la classica sosta di sicurezza a 5 metri. La pressione ambientale in superficie è 1 ATA, mentre a 25 metri è circa 3,5 ATA ed ai 5 metri della vostra sosta di sicurezza è 1,5 ATA - che rappresenta approssimativamente il punto medio nel dislivello di pressione fra 3.5 ATA ed 1 ATA.
Ora immaginiamo un'immersione a 60 metri (7 ATA) con una prima tappa richiesta a 15 metri (2,5 ATA). Il punto medio nella variazione di pressione ambiente si trova a (7+2,5)/2 = 4,75 ATA, cioè a poco meno di 40 metri. Allora, in una simile immersione, la sosta di sicurezza profonda andrebbe effettuata a circa 40 metri: esattamente la quota alla quale ero solito fermarmi per infilare gli aghi nella vescica dei miei pesciolini.
 
Ma naturalmente la fisica e la fisiologia sono molto più complesse. Può darsi che il punto medio nella variazione di pressione ambiente non rappresenti la profondità ideale per le soste disicurezza. Infatti posso dirvi con discreta certezza che non lo sono. Da ciò che capisco dei modelli di decompressione "bubble-based", la prima sosta di decompressione dovrebbe essere funzione della variazione assoluta della pressione ambiente piuttosto che della variazione proporzionale e quindi dovrebbe essere ancora più profonda del punto medio nella variazione di pressione ambiente per la maggior parte delle nostre immersioni "con decompressione". Purtroppo io dubito seriamente che i computer da decompressione comincino ad implementare nei loro algoritmi i modelli di calcolo "bubble-based", almeno non nella loro forma completa. Fino ad allora noi sommozzatori avremo bisogno di una regola semplice da seguire e che non richieda l'ausilio di un elaboratore elettronico. Forse il metodo ideale potrebbe essere semplicemente di rallentare la velocità di risalita nella porzione profonda [cioè dal fondo alla prima tappa, NDT], ma purtroppo questo è un po' difficile da controllare, specialmente in acque libere. Penso che invece dovreste aggiungere una o più brevi soste per interrompere questa lunga porzione di risalita. Che ciò sia fisiologicamente corretto o no, dovreste pensare a tali soste come pause per consentire al vostro corpo di ambientarsi col cambio di pressione ambiente.

Ecco il mio metodo per determinare le soste di sicurezza profonde:

1) Calcolare tradizionalmente il profilo di decompressione per l'immersione da fare, usando un algoritmo qualsiasi .

2) Misurare la distanza dal fondo (al momento in cui comincia la risalita) alla prima sosta di decompressione "richiesta" e trovare il punto medio. Sarebbe più esatto usare il punto medio della variazione di pressione, ma per la maggior parte delle immersioni "tecniche" questo è molto vicino al punto medio della distanza lineare che è molto più semplice ed immediato da calcolare. Questa quota rappresenterà la prima tappa profonda di sicurezza a cui trascorrere 2-3 minuti.

3) Ricalcolare il prifilo di decompressione per una immersione cui è stata inclusa la tappa profonda di sicurezza (la maggior parte dei software è in grado di gestire una immersione multi-livello).

4) Se la distanza fra la prima sosta di sicurezza profonda e la prima sosta "richiesta" è maggiore di 10 metri (30 feet), aggiungere una seconda sosta di sicurezza profonda al punto medio fra la prima sosta di sicurezza profonda e la prima sosta "richiesta".

5) Ripetere se necessario finché la distanza fra l'ultima sosta di sicurezza e la prima sosta "richiesta" non si è ridotta a meno di 10 metri.

Per esempio, immaginiamo un'immersione in trimix a 100 metri (300 feet), per la quale il software da tavolo prescriva una prima sosta "richiesta" a 33 metri (100 feet). Bisognerà ricalcolare il profilo aggiungendo brevi soste (di 2 minuti) a 66, 50 e 40 metri (200, 150 e 125 feet). Naturalmente il software calcolerà un ulteriore assorbimento di gas inerte durante queste tappe ed allungherà di conseguenza le successive soste di decompressione. Comunque, secondo la mia esperienza (e, sembrerebbe, secondo l'esperienza di molti altri), la notevole riduzione della probabilità di incorrere in incidenti da decompressione non farà rimpiangere i costi di tale maggior tempo di decompressione. Infatti sarei pronto a scommettere che i benefici derivanti dalle soste profonde di sicurezza sono tali che potrebbero far ridurre il tempo totale di decompressione (consentendo di abbreviare le soste successive) conservando ancora un livello più basso di probabilità d'incidente. Ma finché questa mia convinzione non viene confortata da uno studio scientifico, teorico o sperimentale, sarà bene tenersi al sicuro ed effettuare integralmente tutte le soste prescritte e calcolabili con i software tradizionali.
 
Un ultima cosa. Come già sanno tutti quelli che leggono la mia corrispondenza nei forum e nelle liste di discussione a cui partecipo, io sono un accanitosostenitore della responsabilità personale nell'attività subacquea. Se scegliete di seguire i miei consigli ed aggiungete le soste di sicurezza profonde nei vostri profili di decompressione, benissimo. Se scegliete invece di continuare a seguire i vostri profili di decompressione prodotti dal computer, altrettanto bene. Ma qualsiasi cosa facciate, sarete sempre tutalmente ed unicamente responsabili di ciò che vi accadrà sott'acqua! Siete mammiferi terrestri e non avete niente da andare a fare sott'acqua. Se non volete accettare responsabilità, rimanete all'asciutto. Se avrete spiacevoli conseguenze dopo un'immersione in cui avete effettuato soste di sicurezza profonde secondo il metodo suggerito da me, ricordate che è solo colpa vostra per aver seguito i consigli di un un "pesciolino", un dilettante!

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