Maldive Blu Hole

Il primo Blu Hole dell'Oceano Indiano, a cura di Albatros Top Boat.

Continua l'esplorazione del Blue Hole recentemente scoperto da Massimo Sandrini     alle Maldive. Nel corso della crociera del 2001 è stato avanzato il rilevamento topografico e batimetrico, sono state effettuate le prime misure di alcuni parametri fisico-chimici, e sono stati prelevati campioni d'acqua e di sedimento. Gli studi effettuati indicano che il Blue Hole ha un'origine carsica complicata da una successiva ulteriore corrosione della roccia corallina da parte dell'acido solfidrico, la cui quantità e provenienza sono ancora da chiarire.

I "Blue Hole" (buchi blu), profonde cavità sommerse di origine carsica, sono noti da lungo tempo per le scogliere coralline dei Caraibi e delle Bahamas, dove erano già stati resi celebri dalle esplorazioni pionieristiche dell'indimenticato Comandante Jacques-Yves Cousteau. Fino a pochissimo tempo fa, invece, non se ne conosceva l'esistenza in Oceano Indiano, tanto che se ne dava per scontata l'assenza. Si pensava, a questo proposito, che le grandi variazioni climatiche avvenute ai tempi delle glaciazioni fossero state risentite maggiormente nell'Oceano Atlantico che nell'Oceano Indiano, il che avrebbe spiegato la mancata formazione dei Blue Hole in quest'ultimo oceano. La recente scoperta di uno di questi buchi blu alle Maldive da parte di Una prima esplorazione speditiva del Blue Hole fu organizzata nel corso della crociera scientifica di aprile 2000 dall'Albatros Top Boat in collaborazione con l'International School for Scientific Diving (ISSD), un'organizzazione riconosciuta dall'UE e dall'UNESCO e formata da scienziati professionisti legati ad Università ed altri Enti di Ricerca. Esattamente un anno dopo, nell'aprile del 2001, una nuova crociera scientifica Albatros-ISSD ha posto tra i suoi scopi principali l'avanzamento dell'esplorazione ed il rilevamento del Blue Hole. Lo scopo è stato raggiunto grazie a quattro giorni di intenso lavoro di un nutrito team di ricercatori e subacquei, organizzato in tre squadre: Ali Abdul Gadir, Giovanna Bernardini, Sara Mazzanti e Sandro Riccio hanno svolto indagini geomorfologiche, sedimentologiche e biologiche sull'orlo del Blue Hole e sull'ambiente immediatamente esterno; Paolo Colantoni e Carla Morri hanno studiato la geologia e il ricoprimento biologico delle pareti; Giuseppe Baldelli, Carlo Nike Bianchi e Massimo Sandrini     si sono occupati dei campionamenti e dei rilevamenti sul fondale. Inoltre, misure idrologiche e prelievi d'acqua sono stati effettuati a varie quote, e sono stati tracciati profili del fondo sia con ecoscandaglio da superficie sia con sonar portatile in immersione. Anche se molto lavoro resta da fare per completare l'esplorazione ed il rilevamento del "buco blu", le indagini fatte nel corso della crociera del 2001 ci permettono oggi di avere un'idea un po' più precisa sulla morfologia della cavità. Il Blue Hole si apre a circa 32 m di profondità attraverso un'imboccatura circolare di circa 70 m di diametro, che si allarga scendendo sino a raggiungere il fondo ad un'ottantina di metri di profondità. La cavità ha la forma di un tronco di cono leggermente eccentrico, con la base più ampia sui lati occidentale e settentrionale. La caratteristica saliente di questo Blue Hole maldiviano è la particolare stratificazione delle acque. Fino a circa 45 m di profondità s'incontra una normale acqua marina, anche se talvolta piuttosto torbida per la presenza di flocculato bianco in sospensione. A questa quota s'instaurano un leggero termoclino, con la temperatura che scende rapidamente di 2 o 3 gradi centigradi, ed un netto chemioclino, cioè una brusca variazione delle condizioni chimiche delle acque. Da normali acque marine ben ossigenate si passa infatti ad acque anossiche, cioè prive di ossigeno, e ricche di acido solfidrico (H2S), dal caratteristico odore penetrante. Questo cambiamento è testimoniato dalla marcata riduzione dei valori di pH, che indicano un aumento relativo dell'acidità, e di Eh, i cui valori fortemente negativi misurano condizioni riducenti tipiche di ambienti privi di ossigeno. Sotto il chemioclino l'oscurità è completa ma l'acqua sembra farsi leggermente più limpida grazie alla riduzione del particellato sospeso.
L'acido solfidrico è tossico per la maggior parte degli organismi viventi; inoltre la sua presenza esclude quella di ossigeno disciolto. Al di sotto del chemioclino, dunque, non vi è traccia di vita animale. Le pareti appaiono praticamente nude e costellate di numerose piccole nicchie e solchi di corrosione. Tra i pochi organismi che possono vivere in presenza di acido solfidrico ci sono dei batteri. Sono infatti probabilmente dovute a diverse specie di batteri le patine di colori rossastri o verdastri che si osservano poco sotto il chemioclino ed i lunghi filamenti mucillaginosi che formano frange ininterrotte sulle pareti profonde.
Nelle acque ossigenate sopra il chemioclino, la vita animale ricompare. Dapprima si ritrovano solo alcuni organismi incrostanti, soprattutto spugne. Negli anfratti che caratterizzano i pressi dell'ingresso della cavità, si muovono sciami di pesci diversi. Immediatamente all'esterno del ãbuco bluä, le comunità coralline appaiono impoverite, caratterizzate per lo più da coralli molli, e con indizi di pregressi episodi di mortalità della fauna sessile. é probabile che occasionali fuoriuscite di acido solfidrico dalla cavità comportino la morte improvvisa di tutta quella fauna fissa che non può prontamente scappare. Profili di temperatura, pH ed Eh nelle acque del Blue Hole: il chemioclino a circa 45 m di profondità separa acque marine normali da acque buie, prive di ossigeno e ricche di acido solfidrico.
Dal punto di vista geologico, la scoperta più interessante di questa nuova fase esplorativa è stata quella di numerosi speleotemi tra i 50 ed i 60 m di profondità sotto le volte dei settori occidentale e settentrionale del Blue Hole. Sono state osservate numerose stalattiti, diverse stalagmiti ed anche qualche colonna, formatasi per congiunzione e fusione d'una stalagmite con una stalattite. Queste morfologie testimoniano di un passato carsico di questa cavità, quando il livello del mare era decine di metri più basso dell'attuale e la roccia corallina che la compone era tutta emersa e penetrata dal flusso delle acque dolci di origine meteorica. La morfologia e la struttura del Blue Hole richiamano quelle note in terraferma come doline o inghiottitoi. Occorre tuttavia poter dimostrare che nella zona in cui si trova attualmente il Blue Hole, il sottosuolo fosse in passato penetrato da un'ingente quantità d'acqua dolce carica di CO2 proveniente da un esteso bacino di raccolta. Di tale bacino, però, non si è per ora trovata traccia nell'area circostante. Altre ricerche sono dunque necessarie per suffragare appieno l'ipotesi sull'origine del Blue Hole. C'è inoltre un altro fatto peculiare che merita ulteriori studi. La presenza di acido solfidrico, in concentrazioni che aumentano con la profondità, fa infatti ipotizzare un'origine più complessa per questo Blue Hole. Oltre che per la corrosione della roccia corallina secondo il classico schema del fenomeno carsico, in cui a causa della gravità le acque di precipitazione meteorica penetrano nella roccia dall'alto verso il basso, il buco blu potrebbe essersi formato per la corrosione operata dalla risalita di acido solfidrico, che avrebbe corroso il tetto della cavità fino a farlo crollare, originando la caratteristica apertura circolare. Si parla, in questi casi, di ipercarsismo. L'attività ipercorrosiva avviene in ambiente ossigenato, dove l'acido solfidrico (H2S) reagendo con l'ossigeno si trasforma in acido solforico (H2S04). Quest'ultimo reagisce con il calcare, favorendo la liberazione di anidride carbonica che a sua volta aumenta la corrosione. Nel Blue Hole delle Maldive, quindi, H2S di origine profonda, risalendo ed entrando in contatto con l'acqua di mare, reagirebbe sciogliendo il carbonato di calcio che costituisce le scogliere, formando cavità che eccezionalmente arrivano alla superficie. Nessuno tuttavia aveva mai descritto strutture superficiali di questo tipo, ma soprattutto nessuno, prima della nostra scoperta della presenza di acido solfidrico, ha invocato il meccanismo dell'ipercarsismo per la formazione di un Blue Hole.
Ma quale potrebbe essere l'origine dell'acido solfidrico alle Maldive? In primo luogo esso potrebbe provenire da solfati contenuti negli strati profondi, ma le nostre conoscenze attuali non sembrano deporre a favore di quest'ipotesi. Una seconda possibilità invocherebbe la presenza di idrocarburi contenuti nella massa rocciosa. Alle Maldive si possono certamente ipotizzare flussi di idrocarburi che possono risalire attraverso faglie e fratture della roccia corallina, ma ancora una volta non basta, anche se esistono idrocarburi ricchi di composti dello zolfo. Resta ancora la riduzione dei solfati, abbondanti in acqua di mare, operata in ambiente non ossigenato da batteri solfato riduttori. é forse quest'ultima l'ipotesi più plausibile. Ma solo ulteriori studi, con ricerche specifiche, misurazioni e campionamenti, potranno in futuro chiarire l'origine e la natura del primo Blue Hole delle Maldive.

Scrivi commento

Commenti: 2
  • #1

    Stefano (domenica, 06 febbraio 2011 19:26)

    Ciao ragazzi, è possibile visitarlo? e se si come ci si può organizzare?

  • #2

    Gherardo Biolla (martedì, 08 marzo 2011 18:27)

    Normalmente non è possibile visitarlo ma, contattando Albatros Top Boat (che richiede permessi speciali), è possibile organizzare l'immersione.